CaRtaCaNta©
laboratorio di materiali narrativi

il blog si è definitivamente trasferito
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Vi aspettiamo là.
info: info@cartacantalab.com
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CaRtaCaNta©
laboratorio di materiali narrativi
in collaborazione con la
Circoscrizione n. 6
presenta Libero Libro
[incontri sulla narrativa & dintorni]
Tributo a
Dino Buzzati

Una serata di riflessioni e letture sull’opera buzzatiana
per ricordare l’autore a pochi mesi
dal centenario della sua nascita
a cura di Giovanni Magalotti
ingresso libero
infoline: 333 1036178
CaRtaCaNta©
laboratorio di materiali narrativi
in collaborazione con la
Circoscrizione n. 6
presenta Libero Libro
[incontri sulla narrativa & dintorni]

Su un sonetto di Dante,
poeta contemporaneo.
un breve e curioso viaggio all’interno del sonetto più famoso del sommo poeta, per scoprirne l’attualità dei temi poetici e quella di stile e di lingua
a cura di Alberto Carollo
ingresso libero
infoline: 333 1036178
Questa volta vi proponiamo una nuova scrittrice, Renata Bongiolo. Renata non ha perso tempo: in pochi giorni si è letta gli episodi della saga e si è buttata nella mischia, cimentandosi con Viola Masetto, cogliendola vulnerabile, sentimentalmente confusa al termine della serata galeotta con Barigozzi, di cui sapete tutto se avete letto l’episodio precedente. Renata centra il bersaglio, offrendoci un quadro fluido e ben connotato dei pensieri inquieti che turbano l’animo di Viola dopo la rottura della relazione con Paolo Salimbeni e i recenti, sorprendenti sviluppi del caso attorno alla morte di Giuliana Rosati. Buona lettura.
UN CUORE SMAGLIATO
di Renata Bongiolo
La donna di colore, addetta alle pulizie in quell’ala dell’edificio municipale, aveva già dismesso il grembiule blu e si apprestava ad uscire.
- Lasci Jannette, mi fermo ancora un’oretta, ho un po’ di cose da finire, poi chiudo io.
- Va bene, signorina Masetto, si ricordi che ho già messo l’allarme…Arrivederci.
- Grazie Jannette, buona serata.
Di solito non si fermava mai oltre l’orario, ma ora proprio non le andava di ritornare a casa, di ritrovare sul tavolo di cucina le tazze del caffé che aveva preparato la mattina stessa per sé e Massimiliano, vedere nel letto ancora sgualcito l’impronta dei loro corpi…No! Meglio restare lì ancora un po’ ad ascoltare l’eco di quelle stanze fino a poche ore prima sature di volti e voci, adeguate a coprire il ronzio insopportabile della sua malinconia. O forse avrebbe fatto bene a chiamarla col suo vero nome…tristezza. Era da qualche tempo che le si era insinuata dentro creando tante piccole smagliature. La morte di Giuliana aveva di certo aperto il primo grande strappo e da quel momento la breccia aveva continuato ad allargarsi fino ad esibire, tra le maglie allentate del suo cuore, una fragilità e uno sperdimento che non si era mai riconosciuti. Ripensando agli ultimi mesi si rese conto di come tutto intorno a lei avesse pian piano perso consistenza e valore; ora che non c’erano più colori a disegnare le sue giornate tutto prendeva contorni indistinti e insignificanti: quanto le mancava Giuliana, e che morsa allo stomaco ogni volta (e capitava spesso nell’arco della giornata) che pensava a Paolo. Si era sempre illusa di vivere con il giusto distacco la storia con lui. Insieme l’avevano definita una relazione tra due adulti consenzienti che il mercoledì, complice una profonda intesa sentimentale, si scambiavano momenti di reciproco piacere e tenerezza. Già, la fregatura era tutta in quelle sue maniere affettate e galanti che aveva confuso con un sentimento sincero, e in quella facilità e ricercatezza di parole e complimenti che lei aveva voluto chiamare ammirazione e dedizione. Che stupida! Ma come aveva fatto a cadere in quella trappola lussureggiante senza accorgersi che i luccichii che rifletteva erano solo specchietti per allodole. Ormai era tardi per tentare di ricucire la trama, non si poteva più tessere l’ordito di quel cuore smagliato, e se anche avesse cercato Paolo per tentare di capire, lui era ormai un filo nero per un rammendo che rendeva solo più visibile lo squarcio.
In quel momento sentì come se provenisse da lontano la suoneria del cellulare, sul display :Barigozzi . Lasciò squillare, non le andava di rispondere, e dopo un po’ d’insistenze il telefono si zittì. Ecco, era bastato quel suono a far riemergere tutte le immagini nitide della sera prima e della notte precedente, e pensare che le aveva scacciate per tutto il giorno.
Era sempre più convinta che non fosse l’uomo giusto per lei, anzi si disse, nessun uomo sarebbe mai stato abbastanza giusto. E poi, anche ammesso di trovare il grande amore, che cosa l’attendeva? La vita piatta e monotona che vedeva fare a quelle che un tempo erano state le sue compagne alle scuole superiori? Le incrociava ogni tanto tra le corsie al supermercato, i carrelli stracolmi e i bimbi piagnucolosi al seguito. Avevano tutte la stessa aria di casalinghe senza velleità e senza sogni, ordinarie dalla testa ai piedi. Magari sapevano tutto di pannolini e sughi pronti ma, avevano visto l’ultimo Dalì a Venezia, e l’ultima collezione al Pitti? E da quanto non andavano a teatro o al cinema? Però ogni volta, dopo averle salutate, le prendeva un sottile sentimento di invidia per quella luce che brillava nel cristallino di ciascuna, il risentimento che provava per tutte quelle che erano diventate madri.. Oh no! Stasera ci mancava anche il desiderio di maternità e la voglia di un figlio!Era tutto così maledettamente difficile e pesante, un macigno che si insinuava tra le pieghe di quel suo cuore che pulsava ormai solo per procurarle fitte di dolore…
Ancora la suoneria del cellulare, ancora il nome Barigozzi sul display.
Voleva continuare a lottare, fronteggiare il pensiero di quell’uomo, l’antitesi della sua idea di maschio, un uomo per niente bello anche se piacevole, abbastanza semplice pur nelle sue contraddizioni e spigolosità… no, non si sarebbe innamorata anche stavolta, non avrebbe consegnato così facilmente il suo cuore ad un uomo che l’avrebbe sgualcito senza porsi grosse domande. Sapeva bene qual era l’armatura che la rendeva invulnerabile…non voleva nessuno tra i piedi, bastava a se stessa…
Non rispose nemmeno stavolta, non voleva cedere come aveva fatto la sera prima, quando l’aveva invitato a salire da lei. Perché non voleva ammettere che tutto era stato perfetto? Perché non voleva lasciarsi andare alle immagini di un amante delicato e premuroso sotto la scorza spessa e ruvida?
Si impose di non dare ascolto alle parole dolci che si erano scambiati ancora increduli e inebriati, lottò per non risentire la vibrazione dei loro corpi accordati sulle note di un’armonia che forse aveva udito per la prima volta, e anche se fino all’ultimo aveva voluto che rimanesse prigioniero negli antri della memoria, sentì sulle labbra il contatto caldo dei baci di quella notte.
Con un moto di stizza prese il telefono, ricercò Barigozzi, nella rubrica, cancellò ad una ad una, lentamente e per sempre le lettere che formavano quel cognome e lo sostituì con uno più familiare: Massimiliano.
Compose il numero e mentre aspettava che lui rispondesse, sentì quel suo cuore, sconquassato e fragile, batterle forte come non mai.

Buona sera a tutti e ben trovati. Il racconto che state per leggere è il classico racconto "di raccordo", giusto per riepilogare e chiarire gli intricati sviluppi dell’inchiesta del nostro detective, che in Ombre lunghe ritroviamo in compagnia della bella Viola Masetto. Le novità non mancano, e alla fine ci sarà qualche piccola sorpresa. Rimanete con noi: la Cerca procede inesorabilmente verso il suo scioglimento. Con il prossimo post ospiteremo una nuova scrittrice. Ho detto troppo. Buona lettura.
di Alberto Carollo
Viola era divertita e sconcertata allo stesso tempo di provare un vago sentimento di attrazione per uno come Massimiliano Barigozzi. Il detective non disponeva certo dello charme di Paolo Salimbeni, di quella sua consapevole autorevolezza, perfettamente riconoscibile nel tono della voce e nei gesti misurati e avvolgenti. Tuttavia Barigozzi l’aveva curiosamente colpita proprio per esserne in qualche modo l’antitesi, così goffo e arruffato com’era. Anche ora, l’aveva portata a cena da Giannidue, un ristorante senza pretese in centro a Lazise, un posto ch’era ben distante dai gusti sofisticati del suo ex-amante, ma Viola non riusciva a fare a meno di sorridere in cuor suo, e pensare che stava bene in sua compagnia. Il servizio era decisamente informale; la grigliata di pesce che avevano ordinato era squisita. Si sentiva quasi in colpa per quella gradevole rilassatezza che si stava impadronendo di lei. Era solo una tregua, supponeva. Nel volgere di così poco tempo tante cose erano cambiate nella sua vita: il suo uomo l’aveva scaricata ed era scomparso, ricercato ai quattro angoli del globo da persone che non avevano certo buone intenzioni nei suoi confronti, uno per tutti Guido Bissoli. Del resto chissà in quali storie si era impelagato il suo Paolo. Tutto quello che Barigozzi stava scoprendo su di lui e sulla morte poco chiara di Giuliana avevano contribuito a disegnarne un profilo così inquietante, così sfuggente. Chi è il Paolo Salimbeni che aveva creduto di amare o che forse amava ancora? Possibile che si fosse sbagliata sul suo conto, che fosse riuscito a farle vedere la luna nel pozzo, là dove c’era invece solo la nera fanghiglia dei suoi sporchi interessi? Dio, non si era mai sentita così vulnerabile, così confusa. E ora Barigozzi, col suo stile ruvido e cialtronesco. Uno che a guardarlo diresti ch’era in vacanza quando hanno distribuito i neuroni, eppure le aveva dimostrato in più di un’occasione di saper fare bene il suo mestiere. In qualche oscuro modo con lui si sentiva protetta, al sicuro. Anche adesso, Barigozzi, tutto assorto curava il pesce smembrandolo con le sue dita tozze e bisunte; di tanto in tanto si passava sulle labbra un tovagliolo ch’era inguardabile. Lo faceva con naturalezza, compreso nel suo compito, quasi dimentico della presenza di lei. Un osservatore esterno avrebbe potuto scambiarli per una coppia rodata, abitudinaria. Anche quel silenzio che durava da un po’, e nessun desiderio di colmarlo. Almeno due volte le aveva chiesto, con la bocca piena, se non aveva fame. Se non si spicciava, avrebbe mangiato anche la sua porzione. Aveva detto che le bastava ciò che si era messa nel piatto, che facesse pure se credeva: la quantità di pesce nel vassoio era generosa. Lei aspettava, e intanto lo ringraziava tacitamente per lasciarla sola coi suoi pensieri, che in quel momento non le spiacevano. C’era tempo per le ombre lunghe di Giuliana, per tutto ciò che c’era di opprimente nelle storie che si portava dietro. Ora Viola chiedeva solo di indugiare in quella pausa fatta di semplicità e di una strana nota di languore.
Barigozzi afferra la caraffa del vino bianco, e si riempie un altro calice. Il vino è fresco, va giù ch’è un piacere in quella serata calda e umida. A un certo punto la guarda negli occhi. – Come ti senti, Viola?
Lei cerca di capire se la domanda è personale o rientra nella più ampia sfera delle sue indagini. Temporeggia: – Come dovrei sentirmi? – dice.
- Ti posso capire – commenta lui, con un tono del tutto impersonale.
- Abbiamo sollevato qualche coperchio di troppo.
- Hai qualche altra novità? – domanda lei.
Se proprio devono parlarne, che lo facciano ora. Magari, se esauriscono in fretta gli argomenti, lui la porterà a passeggio per Lazise, alla deriva. Vagabondare, come due persone che si piacciono ed escono assieme per la prima volta.
- Se dovessi dare retta al codice deontologico non dovrei parlartene, ma il tuo aiuto mi è molto prezioso… e di te mi fido – aggiunge, abbassando lo sguardo.
- Sai che ha combinato Castagna?
- …
- Il mio collaboratore, ricordi.
Lei scrolla il capo.
- Beh, il mio amico si è lavorato il commercialista dei Bissoli. Non è stato difficile.
Con un certo medico abbiamo avuto bisogno di una messinscena. Col commercialista, invece, ci è bastato qualche pedinamento. Ha un debole per le ragazzine mulatte. Oh, sta molto attento a non mettersi nei guai: niente pedofilia, diciamo che cerca quelle che hanno compiuto la maggiore età, possibilmente da qualche ora. Ha un paio di contatti a Verona che gli procurano la merce fresca. Abbiamo fatto un buon servizio fotografico e gli abbiamo spedito una copia a domicilio. Il cliente è rimasto molto sorpreso dal “realismo” del reportage.
- Perché mi racconti queste cose?
- Il rischio era che l’album capitasse tra le mani della moglie. Ventilata una simile possibilità, anche il tipo più restio diventa incredibilmente loquace.
- Sembra che ti diverta fare queste cose.
- Metterlo nel… ehm, scusa, sono in compagnia di una signora. Insomma, mettere in difficoltà gente del genere mi fa sentire di nuovo in armonia col mondo. Aiuta a dare una sistematina alla bilancia della Giustizia, che pende un po’ troppo da una sola parte. Per farla breve questo commercialista aveva un occhio di riguardo per la tua Giuliana, che gli passava una piccola percentuale dei proventi che sottraeva al marito.
- Giuliana rubava soldi a Guido?
- Beh, loro erano in regime di separazione dei beni. Guido Bissoli le intestava di tanto in tanto delle proprietà o versava contanti e titoli nei suoi conti. Faceva lo stesso anche con suo figlio Giovanni. E’ una prassi piuttosto abusata; serve a spalmare il capitale in famiglia. Se per qualche motivo la nave va a picco i creditori non si possono rivalere sulle proprietà dei congiunti.
- Sì, questo lo capisco.
- Il commercialista falsava i bilanci. Faceva figurare ciò che non c’era, in parole povere. Dai movimenti sui conti è risultato che in più occasioni Giuliana ha prelevato grosse somme che si sono volatilizzate. Altre volte sono stati spiccati assegni per somme rilevanti a favore di associazioni umanitarie o per la ricerca. Molti soldi, per esempio, sono stati elargiti all’organizzazione di padre Corsini e il suo sito di Angelologia.
Viola aveva nel frattempo ripreso a bere del vino dal suo calice. Non le piaceva quanto Barigozzi le stava raccontando.
- Giuliana stava togliendo il terreno sotto i piedi di Guido, ma non so come dirti, sono pronto a scommettere che non è stato fatto fesso a lungo.
- Bissoli sapeva?
- Io penso di sì. Quando Giuliana è morta, a Bissoli (mi spiace se questo turberà la tua anima gentile) non poteva fregargliene di meno della sua presunta condizione di “cornuto”. Tutti gli invitati al party hanno detto del forestiero che si è allontanato con Giuliana sul terrazzo. Non faceva parte del giro, nessuno lo conosceva, ma almeno due persone hanno mentito. Una sei tu, Viola. Hai temuto di compromettere la tua storia con Salimbeni. Ma anche Guido lo aveva riconosciuto, anche se di persona lo aveva incontrato solo una volta.
- Hai ragione. Giuliana gliel’ha presentato proprio quella sera.
- E Bissoli deve essersi detto: “Allora questo è l’uomo che sta mungendo le mie finanze, piombato direttamente dal passato remoto della mia dolce mogliettina.”
- Pensi che Giuliana desse dei soldi a Mr. B.?
- Due più due fa sempre quattro, a casa mia. Il tramite è padre Corsini, ci metterei le palle. Ops! E’ che non ho niente di concreto che lo provi. E nemmeno Bissoli. Altrimenti non mi avrebbe assunto. Le ricerche su Giuliana sono solo un pretesto per arrivare a Salimbeni, per capire che fine hanno fatto i suoi soldi. O per fargliela pagare.
- E io?
- Tu sei un elemento importante. Bissoli non ti ha trascurata. Nel mio rapporto a quel suo tirapiedi, Bruno, ho detto che ti sto alle calcagna. Pensano che tu sia un’esca per portarlo allo scoperto.
- Paolo non si farà più vedere…
- Se è abbastanza furbo, è probabile, ma è comunque evidente che tu sei nella top ten dei loro interessi.
- Io voglio solo essere lasciata in pace!
- Garantisco io per te, fin tanto che avrò qualcosa da raccontargli.
- Per esempio?
- Per esempio cosa pensi della nostra lettura della mail che ti ha spedito Giuliana.
- Hai parlato a Bissoli delle mail?
- Sì. Non gli ho ancora detto, però, quanto abbiamo scoperto.
- O avete creduto di scoprire.
- Non pensi che siamo sulla pista giusta?
- …
- Voglio dire, io e Castagna siamo diventati matti con quella mail. Rapportata alle altre mail, agli estratti di diario e agli inviti a presenziare a qualche ricevimento per l’infanzia abbandonata, quel documento secondo me è rivelatore.
- Rivelatore di cosa?
- Stavo giusto cercando di definire una mia teoria mentre stavamo mangiando.
- Hai fatto lavorare mandibole e cervello. Se vuoi la mia opinione questa vostra lettura della mail è molto cervellotica. Io conoscevo Giuliana e non credo sarebbe stata capace di essere così… così contorta.
- Tu dici? In realtà questo è quanto abbiamo in mano. L’evidenza oggettiva, dei fili sottili che legano Giuliana a Salimbeni e quest’ultimo al sito di Angelologia e all’organizzazione che c’è dietro.
- Mmm…
- Ti dico come la vedo io. Giuliana vuole farti sapere delle cose. Delle cose importanti: perché era in pericolo di vita o perché riteneva di aver poco tempo da vivere. E poi in quali rapporti era con Salimbeni. La mail che Giuliana ti ha inviato era un “inoltra” di una mail che le aveva spedito Salimbeni. Che senso poteva avere fartela leggere?
- Mi andrebbe di passeggiare un po’. Che dici, paghiamo il conto?
Dopo un po’ camminavano sul lungolago bagnato dalla luce rossa del tramonto. Era tutto molto bello ma Viola tremava leggermente. La tensione era tornata, intollerabile, col suo contorno di dubbi e di domande pencolanti nel vuoto.
- Metti che Giuliana abbia ricombinato il testo della mail di Salimbeni, con uno scopo ben preciso. Primo, farti capire con quale codice comunicavano lei e Salimbeni per scambiarsi informazioni riservate: attività, appuntamenti, istruzioni su dove versare grosse somme di denaro.
- E poi?
- E poi quella frase, che non può essere un caso: Un angelo caduto si è ingoiato la chiave e non vuol saperne di sputarla.
- Sembra un indovinello o una beffa ma ha qualcosa di familiare che non riesco a mettere a fuoco…
- E va intesa in senso metaforico o letterale? A cosa ti fa pensare questa frase, Viola?
Sembrava che tutti i passanti li stessero ad ascoltare, che ognuno di loro fosse a Lazise per tenerli d’occhio. Adesso si sentiva sopraffatta da qualcosa di più grande di lei, qualcosa al quale era vano opporre resistenza. Improvvisamente si sentiva priva di forze, debole. Anche muovere un piede avanti all’altro sembrava uno sforzo immane.
- Un angelo caduto. L’angelo caduto è il titolo di una scultura di Marco Baldini, quello sfortunato artista che esponeva alla festa dei Bissoli. Me lo fece conoscere più di due anni fa proprio Giuliana. In quell’occasione acquistai da lui quella scultura per Paolo. Giuliana non sapeva ancora che si trattava di Salimbeni. Le avevo raccontato di questa mia relazione con un uomo sposato che veniva da fuori, che volevo fargli un regalo speciale. E’ stata lei a consigliarmi. Allora neanche io sapevo che era ancora in contatto con Salimbeni. Pensavo che da quella vicenda della clinica del dottor Schultz non si fossero mai più rivisti.
Barigozzi gongola.
- Non ti sembra che ci siano troppe strane coincidenze in questa storia? Che fine ha fatto quella scultura?
- Non ne ho la più pallida idea. Anzi, no. A quell’epoca Paolo mi disse di averla sistemata nel suo studio, nella sua casa in Sardegna.
- Ad Arzachena. Se permetti io adesso farei una piccola telefonata a Castagna. Già che ci sono lo mando a fare quattro chiacchiere con la moglie di Salimbeni, che vive ancora a Milano.
- Non caverai niente da quella donna, credimi.
- Sembri sicura del fatto tuo.
- Non mi sento affatto bene, invece.
- Ti accompagno a casa, d’accordo?
- Mi sembra d’impazzire.
Lo guarda dritto negli occhi. – Ho paura a rimanere in casa sola stasera… se te lo chiedessi… ti andrebbe di restare?
A Barigozzi le parole si bloccano in gola, per l’emozione. Non se lo fa ripetere una seconda volta. – Va bene – bofonchia, con un tono appena percepibile.
Buonasera a tutti e ben trovati. Archiviato il 2005 vediamo di proporre qualche nuovo episodio della nostra saga, che si sta avviando allo scioglimento. Questo LA SERA ANDAVAMO IN VIA REFOSCO è un episodio curioso. Non vi voglio anticipare nulla che guasterebbe la lettura; preciso solamente che tra i pezzi della Cerca è forse il racconto più ibrido, una sorta di sperimentazione narrativa. Il pretesto nasce dal piegare la scrittura alle esigenze di un incipit, ad opera di Giovanni, per poi introdurre alcune sequenze narrative dove mi sono divertito a pasticciare con le parole. L’esito è forse un po’ "macchinoso", ma ritengo sortisca l’effetto di rilanciare la storia. Buona lettura.
La sera andavamo in via Refosco
di Alberto Carollo
incipit di Giovanni Magalotti
Fa freddo. Due vecchi amici, stretti nei loro giacconi, siedono su una panchina al parco, la loro solita panchina, da tanti anni oramai. Il rumore della città li sfiora come polvere sulle spalle. Un foglio di giornale, spinto dal vento, si ferma un istante sulle punte delle loro scarpe rotonde, poi riprende la sua corsa e scivola via. I due vecchi amici, come finali di libri, ricordano tempi lontani e innocenti, ne condividono la memoria prima che tutto si cancelli. Com’è dura avere settant’anni…
A volte il cervello fa di questi scherzi. Anche ora, distante anni luce da una fantasticheria come questa dei due vecchi amici. Libere associazioni d’idee, così le chiamano, e voilà… dal cilindro se ne esce nientemeno che il Vincenzo dei bei tempi andati. Tempi lontani e innocenti. E qualcuno sempre pronto ad additarli come un luogo comune e abusato. Questo ipotetico detrattore – forse la sua coscienza critica – è pronto a puntare l’indice. Sono bei tempi solo nella rievocazione, nella storpiatura del ricordo. E sbandierare l’innocenza di allora è tradire il concetto stesso di innocenza, ammesso che l’innocenza sia qualcosa di concreto e non solo un’astrazione. Il che equivarrebbe ad ammettere che l’innocenza stessa non esiste. Non esisteva allora e non può esistere adesso.
Lui non ci vuole credere. Pensa a quella panchina e a Vincenzo; riavvolge la musicassetta nell’autoradio della memoria e le voci angeliche di Simon & Garfunkel sono sempre lì:
Old friends,
Memory brushes the same years
Silently sharing the same fears
La sera, con Vincenzo, andavano in via Refosco, l’ultima via della cittadina, (se così si poteva chiamare quell’agglomerato di case allacciate intorno a una chiesa e a un municipio). La via si perdeva nei campi, inghiottita dal buio. Faceva paura, perché era difficile indovinare cosa li aspettava più avanti. Faceva paura perché non sapevano se sarebbero cresciuti abbastanza per attraversarla fino in fondo. Era innocenza quella? Erano dolci e malinconiche le melodie di Tom & Jerry; i due cantavano in una lingua che lui e Vincenzo non conoscevano ma promettevano mondi diversi dalla piccola città di provincia, distratta, che non si occupava delle loro domande. Era innocenza quella? Vincenzo era più metodico di lui. Fin dall’inizio aveva dimostrato una tenace caparbietà nel voler scoprire cosa stava nei libri e nel buio di via Refosco. A malincuore si negava per molti pomeriggi, per via degli studi. Doveva essere preparato, diceva. Ma quando uscivano assieme era splendido. Con Vincenzo potevi parlare di tutto quello che ti passava per la testa. La stessa testa che Vincenzo scrollava, a volte.
- Sei incorreggibile, Max.
Lo lapidava con quella sentenza. Sì, perché lui, Max, della disciplina che Vincenzo si era imposto non sapeva che farsene. Trascorreva i pomeriggi a leggere fumetti, e le serate a bere vino all’osteria, a fare baldoria con gli amici. Spesso, a notte fonda, gli faceva visita un’ossessione e tirava l’alba dipingendo o scrivendo poesie. Era innocenza quella? Poi c’erano quelle sere, con Vincenzo, quando andavano in via Refosco e parlavano dei massimi sistemi, dell’ordine che regola l’universo e la testa delle donne. E tutto sembrava preda del caos. Non c’era nulla da capire. Bisognava solo osare e Vincenzo osò. Attraversò il varco e scomparve nella notte, non senza prima avergli promesso che si sarebbero incontrati, a settant’anni, su quella panchina alla fine del parco, dove inizia via Refosco, la via che nelle fredde notti d’inverno si perde nel buio. Quel giorno ne avrebbero avute di cose da raccontarsi. C’era in quel proposito qualcosa di struggente e lacerante insieme. Sapere che per così tanto tempo non avrebbero più potuto confidarsi i loro dubbi. Eppure lui, Max, avrebbe sopportato anche quello. Aveva gli occhi lucidi ma sentiva d’aver intuito una prima, importante verità. Era innocenza quella?
Sì. Era innocenza. Era percepibile nelle note di una canzone, nella paura del cambiamento e della mancanza di amicizia, nella spavalda consapevolezza che bene o male la partita era tutta da giocare. Da quanto tempo non aveva più notizie di Vincenzo? Qualche articolo su riviste di settore; qualche suo nuovo saggio di recente uscita. Vincenzo sapeva interpretare bene i segni del caso… forse per quello aveva voluto diventare un filologo. Leggere bene nel passato per comprendere la direzione da prendere. Tentare di limitare gli errori nell’affrontare il futuro. Uno come Vincenzo non si sarebbe messo nei guai come aveva fatto lui con Beatrice in quel campo di viole. Era innocenza, quella, o la gaffe di un mago dell’inesperienza? Vincenzo avrebbe avuto una sua teoria in proposito e forse gli avrebbe risparmiato un’altra ferita additandogli qualcuno dei suoi exempla. Oppure si sarebbe limitato a sentenziare che ognuno ha bisogno di sperimentare sulla propria pelle e che la letteratura e la storia non ci insegnano nulla. No, probabilmente Vincenzo non gli avrebbe impedito di farsi cacciare ‘praticamente’ di casa dai suoi, per archiviare lo scandalo di una quindicenne incinta in un posto in cui tutti si conoscevano e si stringevano la mano ad ogni nuova funzione religiosa.
Chissà cosa direbbe di lui, ora, Vincenzo, alle prese con una filologia più prosaica. Una filologia che non indaga le gemme del genio nazionale ma che scava nel fango di una umanità generata per il sottosuolo della grande piramide. Una umanità che lui, Massimiliano, ha imparato a conoscere fin troppo bene. Progenie che rifugge la luce, che prospera nell’ombra, che esprime capolavori ctoni destinati a nessun pubblico e anzi congegnati per l’oblio. Solo uno squilibrato sentirebbe l’urgenza di interpretare i segni di una tale civiltà, un incosciente che non si cura delle conseguenze, che candidamente non riconosce la portata degli effetti del quale è in parte causa e delle loro dirette conseguenze.
Era innocenza, quella?
Che grasse risate si sarebbe fatto Vincenzo scoprendo che l’unica cosa che il suo amico del cuore aveva portato a termine nella sua vita era stata di ottenere una licenza di investigatore privato. Forse avrebbe potuto aiutarlo con quelle lettere che stava maneggiando. Comporre una biografia attendibile di Giuliana Rosati, qualcosa di meno stravagante della personalità multipla che lui, Massimiliano, le stava confezionando su misura man mano che si addentrava in quel singolare caso.
Probabilmente l’edizione critica della Gerusalemme liberata di Tasso non ha dato a Vincenzo le soddisfazioni che hanno dato a Massimiliano Barigozzi le lettere di Giuliana.
Una settimana di letture incrociate per non venire a capo di nulla. C’era una domanda, un postulato alla base della ricerca. Ed era, precisamente: perché spedire delle mail come quelle a un’amica del cuore nella consapevolezza di aver ancora poco tempo da vivere?
Era partito come sempre seguendo il suo naso. E il suo naso gli proponeva di accantonare per un momento l’ipotesi dell’ictus. Chiunque – con le conoscenze adeguate – avrebbe potuto contraffare un referto legale e riguardo al caro dottor De Berardi e quanto stava scritto nel dossier procuratogli da Guido Bissoli aveva più di qualche perplessità. Altro paio di maniche, invece, scovare delle prove. Senza prendere in considerazione la morte naturale le piste da seguire si limitavano a due. La stessa Viola sottolineava il comportamento insolito di Giuliana; era la prima volta che le spediva delle mail di quel tipo. Si trattava di alcune pagine di diario personale, quasi che Giuliana volesse fare partecipe l’amica di alcune intime questioni e opinioni su fatti del suo passato. La parte più consistente delle pagine di diario avevano una datazione risalente all’epoca precedente il matrimonio con Guido, una decina in tutto, tirate su con lo scanner (dov’erano gli originali scritti di suo pugno?); altre tre o quattro datavano ai primi mesi dopo il matrimonio. Due erano invece del periodo nel quale era in dolce attesa del figlio. Non finiva lì. Alcune mail erano comunicazioni apparentemente di poco rilievo: testi di pubbliche conferenze; inviti a ricevimenti di beneficenza, progetti per la raccolta di fondi a favore dell’infanzia abbandonata, campagne per la donazione del midollo osseo o per favorire la ricerca sulle malattie rare. C’erano un paio di mail indirizzate da una vecchia conoscenza, quel angel.sin@… della spedizione a Castiglione delle Stiviere: un paio di molari scheggiati e un incisivo scricchiolante che gli erano costati una seduta pomeridiana dal suo dentista di fiducia.
Ipotesi numero uno. Giuliana era stata uccisa (per un qualche motivo sul quale si poteva lavorare) e sapeva, qualche tempo prima, di essere in pericolo di vita. Perciò il gesto di spedire quelle lettere alla sua più cara amica. Ipotesi numero due. Giuliana si era suicidata (in un modo sul quale si poteva lavorare: ce n’era abbastanza per perderci mesi e mesi). Perciò il gesto di affidare l’ultimo messaggio nella bottiglia, per Viola. Piuttosto, perché proprio quelle pagine; perché mandarle una copia di banali messaggi di posta elettronica ricevuti da angel.sin@ o Mr. B. che dir si voglia?
Lui pensa che Walter Castagna è un ragazzo promettente, uno che fa lavorare la testa. Il responsabile indiretto della soddisfazione filologica. Esegesi dei testi biblici. No, non scherzava. Aveva chiesto in modo un po’ peregrino, all’inizio, una sua opinione su tutta quella strana faccenda. Cosa salta all’occhio, di stridente, nella vicenda di Giuliana Rosati? Castagna aveva dato fondo a un sacchetto di Cipster prima di articolare un parere. La passione per gli angioletti? Aveva risposto a una domanda con un’altra domanda.
Il naso di Barigozzi diceva ora che quella degli angioletti era una pista da non prendere troppo sul serio. Nel senso della causa, dell’apostolato angelologico, se così si può dire. Domanda numero due (notare il parallelismo: abbiamo due ipotesi e due domande. Alla prima abbiamo risposto con una domanda). Domanda numero due: Se io e te, Castagna, dobbiamo passarci delle informazioni riservate, cosa facciamo?
Non c’erano più Cipster a disposizione ma gli ingranaggi nel cervello di Castagna erano ormai ben oliati. Hai presente capo, se io ti spedisco un file word e tu lo apri e lo scopri zeppo di caratteri Wingdings… cosa fai? Altra risposta a una domanda con una domanda. Barigozzi aveva dovuto farselo dire. Avrebbe dovuto convertire i caratteri, che so, in Times New Roman. Voleva dire che avevano bisogno di un codice. Allora, magari, era il caso di dare un’occhiata più accurata alla home page del sito di Angelologia.
“Se volete contattare il vostro Angelo dovete prima memorizzare il suo nome e imparare a pronunciarlo in modo cabalistico, scandendo il suo nome in 3 tempi; es. se il vostro Angelo si chiama ESAHEL, dovete pronunciare Es, Esa, Esahel. E’ importante creare nella vostra casa una piccola dimora segreta per il vostro Angelo custode; per realizzare questo minuscolo Giardino segreto dell’angelo scegliete un angolino della vostra casa…”
To: giuli_rosati@yahoo.it
From: angel.sin@libero.it
Subject: raccolta fondi infanzia
‘Hai mai guardato dritto negli occhi un angelo?’
Cara Giuliana, questa frase diretta e concisa mi è sembrata la più effica-
ce per pubblicizzare la nostra campagna. Come vedi mi sono ravveduto
sulla opportunità di utilizzare la parola angelo che, come ti dissi
a suo tempo, mi sembrava abusata e troppo caricata di retorica. Eppure è
bastata la tua determinazione a farmi cambiare idea. Avevi in-
fatti ragione quando sostenevi di ricacciarci l’estetica in go-
la e pensare col cuore uno slogan. Avevo trascurato, dalla mia,
l’importanza di rivolgerci a chiunque. Il riuscito effetto
di questa nostra sinergia è palese e una copia della
grafica ultimata la trovi in allegato. Io penso però che la chiave
di volta del lavoro sia il primo piano di questo bambino rumeno
affetto da aids associato alla frase, che nella sua evidenza è non
meno eloquente di tanti nobili, edificanti discorsi e
perdonami, ma l’ho già fatta vedere a padre Eugenio: vuole
sommergere Milano di manifesti e volantini e sapere
quanto prevediamo di racimolare con la raccolta di
fondi. Gli brillavano gli occhi mentre si tergeva il sudore con la spu-
gna che tiene sulla sua scrivania. So che spuntarla
col capo senza la tua approvazione definitiva è stato un colpo basso.
p.s. Guarda la grafica e mi concederai le attenuanti generiche e specifiche del caso.
Un abbraccio.
C’erano degli strani a capo e la disposizione del testo era un po’ diseguale sulla stampa, ma poteva anche essere frutto del layout del programma di posta elettronica. Il naso di Barigozzi pizzicava e fremeva per una sua congettura. Mettiamo caso che, seguendo le istruzioni per conversare con il nostro angelo custode, ci scegliamo un angolino della nostra casa, e che la nostra casa sia la pagina. Quale angolino ci saremmo scelti? A destra in alto o a destra in basso? A sinistra in alto o in basso? A centro pagina? Una serie di tentativi di individuare sequenze logiche di testo lo occuparono per i tre giorni successivi, esaminando a più riprese vari documenti prima di tornare a questo. Poi, con l’aiuto di Castagna, provarono anche a unire e scandire in 3 o 4 tempi le ultime sillabe, magari saltando di riga in riga. L’unica frase compiuta che isolarono fu la seguente:
To: giuli_rosati@yahoo.it
From: angel.sin@libero.it
Subject: raccolta fondi infanzia
‘Hai mai guardato dritto negli occhi un angelo?’
Cara Giuliana, questa frase diretta e concisa mi è sembrata la più effica-
ce per pubblicizzare la nostra campagna. Come vedi mi sono ravveduto
sulla opportunità di utilizzare la parola angelo che, come ti dissi
a suo tempo, mi sembrava abusata e troppo caricata di retorica. Eppure è
bastata la tua determinazione a farmi cambiare idea. Avevi in-
fatti ragione quando sostenevi di ricacciarci l’estetica in go-
la e pensare col cuore uno slogan. Avevo trascurato, dalla mia,
l’importanza di rivolgerci a chiunque. Il riuscito effetto
di questa nostra sinergia è palese e una copia della
grafica ultimata la trovi in allegato. Io trovo però che la chiave
di volta del lavoro sia il primo piano di questo bambino rumeno
affetto da aids, associato alla frase, che nella sua evidenza è non
meno eloquente di tanti nobili, edificanti discorsi e
perdonami, ma l’ho già fatta vedere a padre Eugenio: vuole
sommergere Milano di manifesti e volantini e sapere
quanto prevediamo di racimolare con la raccolta di
fondi. Gli brillavano gli occhi mentre si tergeva il sudore con la spu-
gna che tiene sulla sua scrivania. So che spuntarla
col capo senza la tua approvazione definitiva è stato un colpo basso.
p.s. Guarda la grafica e mi concederai le attenuanti generiche e specifiche del caso.
Un abbraccio.
Un angelo caduto si è ingoiato la chiave e non ne vuole sapere di sputarla. Con Castagna si erano guardati per qualche istante, perplessi. Barigozzi sorrideva sornione. Poi Castagna aveva chiesto: Cosa stiamo facendo, capo? Il naso di Barigozzi continuava a pizzicare ma sentì di dover rispondere in tutta onestà: Non lo so.
Era innocenza, questa? Di certo era un esercizio filologico interessante e Max giudicò che sarebbe piaciuto a Vincenzo. Era un passo in più, ardito e coraggioso, nel buio. Magari a settant’anni avrebbe raccontato a Vincenzo anche il resto della storia, ammesso che ci fosse stato un seguito, e lui per contro gli avrebbe detto cosa aveva scoperto là, oltre via Refosco. Sì, ammise compiaciuto Barigozzi, poteva anche darsi che la vecchiaia non fosse solo tristezza e noia.

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